C’è una cosa che ci ha sempre incuriosito del brunch e che per anni abbiamo accettato senza farci troppe domande, un po’ come abbiamo accettato le call del lunedì mattina, il fatto che tutti improvvisamente abbiano iniziato a correre e l’esistenza dei toast che costano quanto un piccolo elettrodomestico: perché esattamente abbiamo deciso che le 11:30 fossero un orario sensato per mangiare?
Perché se ci pensi bene il brunch è una delle invenzioni sociali più strane che abbiamo introdotto nella vita adulta e poi normalizzato con una velocità sorprendente. Non è colazione perché per molte persone a quell’ora la colazione è un ricordo lontano. Non è pranzo perché nessuno, se fosse da solo in casa, direbbe spontaneamente “sono quasi le undici e mezza, adesso mi faccio uova, pane tostato, un dolce e magari anche un cocktail con dentro il rosmarino”. Eppure quando il contesto cambia improvvisamente tutto diventa accettabile.
Il brunch è il momento in cui persone che normalmente alle undici e mezza stanno bevendo il secondo caffè iniziano a ordinare come se stessero per affrontare una traversata oceanica.
La nostra teoria è molto semplice, nessuno va al brunch per fame. Il brunch è uno dei pochi pasti che nella maggior parte dei casi non nasce da un bisogno biologico ma da una situazione sociale.
Perché quando hai fame davvero non organizzi un brunch. Mangi. Il brunch invece si pianifica.
Si propone con giorni di anticipo. Si costruisce nel gruppo WhatsApp. Si discute il posto. Si valuta la distanza. Si analizzano i menù online. Si leggono recensioni. Si controllano le foto. Si verifica che il tavolo sia esterno ma non troppo esterno, che ci sia abbastanza luce ma non sole diretto e che il caffè sia “specialty”, parola che nessuno usava dieci anni fa e che oggi viene pronunciata con una serietà che normalmente riserviamo alle decisioni finanziarie.
E quando finalmente arriva il giorno succede sempre qualcosa di molto interessante.
C’è sempre qualcuno che dice “io qualcosa ho mangiato perché non sapevo” , quello che ha fatto colazione alle otto e ora non sa più in che fase della giornata si trova, quello che arriva affamato e si sente tradito dal fatto che il menù sembri progettato da qualcuno che non considera il pranzo un concetto necessario.
E poi si ordina, è lì che il brunch diventa veramente affascinante. Improvvisamente persone normalissime iniziano a costruire pasti che in qualsiasi altro momento della giornata sembrerebbero una richiesta di aiuto.
Toast con avocado, pancake, uova, patate, dolci. Piatti che separatamente non avrebbero nessun senso insieme ma che nel brunch convivono in una pace che la geopolitica si sogna. E nessuno sembra chiedersi se abbia fame di tutto quello.
Non è quello il punto.
Il brunch non è una risposta alla fame, è una risposta al bisogno di sentirsi dentro un certo tipo di giornata. Il brunch è un’attività travestita da pasto. Non vai lì per mangiare, vai lì per stare, per sederti senza avere fretta, per parlare di cose che durante la settimana non trovano spazio.
Per dire frasi tipo “dobbiamo farlo più spesso” sapendo perfettamente che non succederà.
Ed è questo che secondo noi rende il brunch così potente, il brunch non vende cibo, vende una fantasia molto precisa; il sabato o la domenica siano ancora abbastanza lunghi da permetterti di sederti due ore senza uno scopo preciso.
Che il tempo non sia una cosa da ottimizzare, mangiare non debba essere efficiente, che puoi ordinare una cosa perché ti va e non perché serve.
Alla fine abbiamo capito che il brunch non è il tentativo di unire colazione e pranzo, è il tentativo di rallentare senza sentirsi in colpa. Solo che per giustificarlo abbiamo aggiunto pane tostato e una bevanda con il ghiaccio.
E forse va bene così. Però smettiamola di raccontarci che andiamo per fame, nessuno alle 11:30 ha fame.
Alle 11:30 abbiamo solo voglia di sentirci persone che bevono caffè lentamente e dicono “ormai facciamo tardi e pranziamo direttamente”.
Poi alle 15:42 siamo tutti davanti al frigorifero.