Esiste una categoria di persone che negli ultimi anni è diventata sempre più numerosa e che ormai si riconosce con la stessa facilità con cui si riconoscono quelli che iniziano a correre a gennaio o quelli che comprano libri che non leggeranno mai: le persone che si definiscono foodie.
Adesso facciamo una premessa importante, perché qui nessuno sta attaccando chi ama il cibo. Amare il cibo è una cosa bellissima e profondamente rispettabile. Mangiare bene, essere curiosi, provare posti nuovi, avere voglia di cucinare sono tutte attività sane che migliorano la vita.
Noi stiamo parlando di un’altra categoria.
Stiamo parlando della persona che non si limita ad amare il cibo ma costruisce una parte consistente della propria identità intorno al fatto di essere una persona che ama il cibo.
È una differenza sottile ma enorme.
La tua migliore amica foodie non mangia una cena.
Vive un’esperienza.
Non va al ristorante.
Scopre un concept.
Non dice che qualcosa è buono.
Dice che è interessante.
E soprattutto possiede una caratteristica molto precisa: parla di cibo molto più di quanto cucini.
La riconosci subito.
Ha una lista di posti salvati più lunga della lista dei contatti di emergenza. Segue chef che non cucineranno mai per lei. Commenta foto di piatti con entusiasmo sproporzionato e ha una capacità impressionante di usare espressioni come “questo posto lo devo assolutamente provare”, salvo poi non prenotarlo mai.
Ma il vero test non è questo.
Il vero test è semplicissimo e può essere fatto in qualsiasi momento senza attrezzatura tecnica.
La prossima volta che esci con la tua migliore amica foodie non proporre un posto e non darle opzioni.
Dille solo:
“Portami nel posto più strano dove sei stata negli ultimi sei mesi.”
E poi osserva.
Perché succederà una cosa molto interessante.
All’inizio arriverà una risposta sicura. Ti parlerà di quel locale che ha scoperto per caso, di quella cucina sperimentale, di quella degustazione incredibile, di quel brunch che le ha cambiato la vita.
Poi inizierai a fare domande.
“Quante volte ci sei andata?”
“Cosa hai preso?”
“Ci torneresti?”
E lentamente emergerà una verità molto umana.
Che il 90% delle volte ordina sempre le stesse cose.
Perché il foodie contemporaneo non è necessariamente una persona che sperimenta. Molto spesso è una persona che ama l’idea di sperimentare.
È diverso.
Conosce il ristorante coreano.
Ordina ramen.
Conosce il posto vegano.
Ordina burger.
Conosce il ristorante fusion.
Ordina quello che sembra più vicino a qualcosa che conosce già.
E non c’è niente di male.
Solo che forse non era necessario costruirci sopra una personalità.
Il test definitivo però arriva in casa.
Chiedile di aprire Instagram.
Vai nei post salvati.
Inizia a scorrere.
Vedrai decine di video di focacce altissime, ravioli fatti a mano, ricette con ingredienti che sembrano formule chimiche, formaggi vegetali che promettono di cambiare la vita e persone che cucinano in cucine così perfette da sembrare sale operatorie.
Poi fai una domanda molto semplice:
“Quante di queste le hai fatte davvero?”
Preparati.
Perché lì succede qualcosa di meraviglioso.
Arrivano le giustificazioni.
“Non ho avuto tempo.”
“Mi mancavano gli ingredienti.”
“Volevo aspettare il momento giusto.”
“Questa è più da inverno.”
“Questa la faccio con calma.”
A quel punto non insistere.
Hai già vinto.
Perché il punto non è smascherare la tua migliore amica.
Il punto è capire una cosa molto più interessante.
Che quasi nessuno vuole davvero fare tutte le cose che salva.
Salviamo idee di persone che ci piacerebbe essere.
La persona che cucina.
La persona che sperimenta.
La persona che conosce i posti giusti.
La persona che ha sempre qualcosa di interessante nel piatto.
Poi arriva la vita vera.
La fame.
La stanchezza.
La voglia di mangiare qualcosa senza trasformare la cena in un progetto.
E all’improvviso scopri che non eri pigra.
Eri solo normale.
Quindi no, questo articolo non è contro la tua migliore amica foodie.
È un invito a liberarla.
Dille che non deve provare tutto.
Che non deve fotografare tutto.
Che non deve avere una risposta pronta quando qualcuno chiede dove mangiare.
Dille che può anche ordinare sempre le stesse tre cose.
Basta che smetta di chiamarla ricerca gastronomica.
Forse finalmente potrà cestinare la cartella “ricette” che ormai è diventata archivio storico.