C’è una bugia collettiva che ci raccontiamo tutti e che ormai internet ha deciso di trattare come una forma di educazione civica: il fatto che salvare una ricetta equivalga ad avere intenzione di farla.
Salvare una ricetta non è un atto culinario. È una fantasia. È il piccolo film mentale in cui per trenta secondi ti immagini una persona completamente diversa da quella che sei nella realtà. Una persona organizzata, che ha ingredienti in casa, che conosce la differenza tra montare e incorporare, che non apre il frigorifero sperando che dentro sia comparsa una cena per magia.
Il problema è che il mondo delle ricette online ha costruito un sistema perfetto. Tutto è pensato per convincerti che una preparazione sia alla tua portata. Il video dura venti secondi, la musica è rilassante, la cucina sembra un appartamento di qualcuno che non ha mai cucinato davvero e ogni gesto comunica la stessa rassicurante bugia: “tranquilla, ci vogliono solo cinque minuti”.
Poi apri la descrizione.
Ed è lì che inizia il documentario sulla sopravvivenza.
Perché esistono alcune ricette che tutti salvano e quasi nessuno cucina davvero. Non perché siano brutte. Non perché siano impossibili. Ma perché il desiderio di mangiarle è molto più forte della voglia di organizzarsi per prepararle.
La prima è ovviamente lei: la mozzarella vegana fatta in casa.
Questa ricetta è il monumento ufficiale all’ottimismo. La salvi sempre in un momento di energia emotiva molto alta, spesso dopo cena, quando hai già mangiato e il tuo cervello è convinto che il giorno dopo inizierà una nuova vita. Guardi il video e pensi davvero che possa funzionare. Il risultato è bianco, cremoso, filante. Poi scopri che per replicarlo servono ingredienti che fino a tre minuti prima pensavi fossero nomi di startup californiane e improvvisamente la mozzarella industriale torna ad avere un fascino quasi romantico.
Subito dopo arriva il pane fatto in casa, che è una ricetta che nessuno vuole davvero fare ma che tutti vogliono aver fatto almeno una volta nella vita. Non perché il pane sia difficile, ma perché il pane rappresenta una fantasia molto precisa: quella di essere una persona serena che impasta alle sette del mattino con luce naturale, un maglione beige e nessun problema fiscale. Nella realtà leggi “riposo 18 ore”, chiudi tutto e vai a comprare una rosetta.
Poi c’è il croissant.
Il croissant è una truffa emotiva. Il video mostra una persona che piega l’impasto con una calma che fa sospettare che non abbia un lavoro vero. Tu pensi che in fondo sia burro e farina. Due ore dopo stai leggendo articoli sulla laminazione come se stessi preparando un esame universitario e inizi a chiederti se i francesi abbiano costruito un’intera identità culturale solo per vedere quanto siamo disposti a soffrire per una colazione.
Il ramen autentico merita una categoria a parte perché nessuno vuole davvero il ramen. Le persone vogliono raccontare di aver fatto il ramen. Sono due cose molto diverse. Il brodo cuoce dodici ore, gli ingredienti sembrano selezionati da una giuria internazionale e a un certo punto realizzi che il delivery esiste per un motivo.
E poi arriviamo ai formaggi vegetali stagionati, che sono la versione alimentare del dire “quest’anno imparo il giapponese”. Bellissima intenzione. Nessuna continuità. Il primo giorno compri tutto con entusiasmo. Il secondo leggi i tempi di fermentazione. Il terzo mangi cracker.
Naturalmente non possiamo ignorare tutte quelle ricette che iniziano con la frase “solo cinque ingredienti”. Questa è una categoria che andrebbe studiata legalmente. Perché uno degli ingredienti è acqua, uno è sale, uno è facoltativo ma obbligatorio e gli altri due richiedono un viaggio organizzato. Alla fine spendi più energia a procurarti le cose che a cucinare.
E poi c’è la categoria peggiore di tutte: le ricette che tutti commentano con “questa la devo assolutamente fare”.
No.
Non la farai.
La salverai.
La riguarderai una seconda volta per sentirti una persona con interessi.
La mostrerai alla tua migliore amica.
E tra sei mesi la ritroverai per caso mentre cercavi un reel di un cane.
Il punto è che non siamo pigri. Siamo solo stanchi di una cultura che ci vende il cibo come se fosse una prova morale. Come se fare tutto da zero rendesse automaticamente il risultato più buono, più puro o peggio ancora più degno.
Forse il problema non è che non cuciniamo abbastanza.
Forse il problema è che ci hanno convinto che per cucinare serva troppo.
E nel frattempo continuiamo a salvare ricette.
Come se il pulsante “salva” fosse una promessa.
Quando in realtà è solo il modo elegante che internet ci ha dato per dire:
“magari un giorno”.
Spoiler.
Quel giorno non arriva mai.