C’è un momento molto preciso nella vita adulta in cui smetti di pensare che vedere gli amici sia una cosa spontanea e inizi a capire che in realtà si tratta di un’attività che richiede una quantità sorprendente di coordinamento, diplomazia, pianificazione preventiva e capacità di leggere sottotesti che normalmente associamo a ruoli più delicati. Quel momento arriva quasi sempre quando qualcuno apre whatsapp e scrive una frase che sembra semplice ma che in realtà contiene dentro un livello di complessità completamente sproporzionato rispetto all’obiettivo finale.
La frase è sempre la stessa “Ragazzi, organizziamo una cena?”
In teoria è una proposta innocua. Nessuno sta chiedendo di scalare una montagna o aprire una società insieme. Si tratta solo di mangiare da qualche parte per qualche ora. Eppure chiunque abbia più di trent’anni sa perfettamente che da quel momento inizia un processo che non ha niente a che vedere con il cibo e molto con il fatto che siamo diventati persone con calendari, stanchezza cronica, abitudini consolidate e una relazione sempre più complicata con il concetto di disponibilità.
All’inizio va tutto benissimo.
I primi minuti del gruppo sono il momento più ottimista della vita adulta. Tutti sembrano felici. Tutti sembrano liberi. Arrivano messaggi pieni di entusiasmo da persone che evidentemente stanno rispondendo alla domanda usando una versione idealizzata del proprio futuro. Tutti scrivono che ci stanno, che è una bellissima idea, che è da troppo tempo che non ci si vede, che bisogna assolutamente farlo più spesso e per qualche minuto sembra davvero che il gruppo abbia trovato un equilibrio sociale raro e prezioso.
Poi inevitabilmente arriva la seconda domanda “Quando?”
Ed è lì che il progetto inizia lentamente a perdere pressione.
Perché fino a quel momento nessuno stava prendendo una decisione vera. Stavano tutti aderendo all’idea di essere persone che vedono gli amici. Nel momento in cui compare una data improvvisamente entrano in scena le vite reali. C’è chi quel weekend parte, chi il venerdì è distrutto, chi il sabato ha già una cena organizzata da un altro gruppo che sta vivendo esattamente la stessa crisi, chi la domenica non esce mai per principio, chi può ma non sa ancora, chi può solo se non si fa tardi e chi smette completamente di rispondere sperando che il problema si risolva da solo.
A quel punto il gruppo entra nella fase più interessante di tutte, che è quella in cui nessuno vuole essere il responsabile del fallimento ma nessuno vuole nemmeno prendersi davvero la responsabilità di decidere.
Cominciano le proposte: Pizza? No, troppo facile. Sushi? No, abbiamo fatto l’altra volta. Hamburger? No, pesante.
E lentamente ti rendi conto che organizzare una cena tra adulti non è scegliere dove mangiare ma tentare di costruire un compromesso che permetta a tutti di mantenere intatta l’idea che hanno di sé stessi. Perché nessuno vuole dire apertamente “non ho voglia”.
Le persone adulte raramente non hanno voglia. Hanno condizioni. E il gruppo WhatsApp della cena è il luogo in cui queste condizioni diventano improvvisamente visibili.
C’è sempre quello che scrive che per lui va bene tutto e poi appena viene presa una decisione scopre improvvisamente di avere una preferenza molto forte. C’è sempre quello che non partecipa alla discussione e poi il giorno della prenotazione chiede se si può cambiare. C’è sempre quello che sparisce per quarantotto ore e poi ricompare scrivendo “scusate letto ora”.
Nessuno ha letto ora, tutti abbiamo visto il messaggio, solo che nessuno voleva affrontare il momento in cui una risposta sarebbe diventata un impegno.
Il gruppo intanto continua a vivere. I partecipanti cambiano.
Dodici persone diventano dieci.
Dieci diventano otto.
Otto diventano sei.
Finché qualcuno scrive quella frase che ormai è diventata il simbolo della maturità sociale “facciamo una cosa tranquilla.” Che tradotto significa che il progetto originale è stato ridimensionato fino a diventare realistico.
E il bello è che quasi sempre, quando finalmente quella cena succede davvero, è bellissima.
Si mangia bene. Si ride. Ci si racconta cose. Qualcuno dice che dobbiamo vederci più spesso. Qualcuno propone già la prossima.
Perché la verità è che il problema non era mai il ristorante, era solo trovare il giorno e la voglia. Il problema era riuscire per una sera a convincere un gruppo di persone adulte che il tempo libero esiste ancora.
Il gruppo whatsapp della cena non serve davvero a organizzare una cena, serve a ricordarci che continuiamo a volerci vedere abbastanza da iniziare la conversazione.
Che per gli standard della vita adulta, sinceramente, non è poco.
Firmato: quelli che hanno ancora cinque gruppi silenziosi chiamati “Cena”, “Cena definitiva”, “Cena vera” e “Cena questa volta si fa”.