Ci sono attività che nella tua testa hanno un fascino completamente diverso rispetto a quando iniziano davvero.
Fare il formaggio vegano fatto in casa è una di quelle.
Perché finché sei nella fase teorica sembra tutto molto elegante. Ti immagini una scena precisa: tu che entri in cucina con calma, metti musica, prepari qualcosa di artigianale, scopri un nuovo hobby, sviluppi una personalità interessante e magari diventi anche una di quelle persone che a cena dice cose tipo:
“questa l’ho fatta io”.
Nella tua fantasia nessuno suda.
Nessuno legge istruzioni.
Nessuno apre cinque volte lo stesso tutorial per capire se il composto debba essere “vellutato”, “cremoso” o quella parola che usano sempre nelle ricette quando non vogliono prendersi responsabilità:
“omogeneo”.
Comunque.
Un sabato pomeriggio decido che oggi è il giorno.
Non perché avessi bisogno di formaggio.
Non perché fossi particolarmente motivato.
Semplicemente perché internet ti convince che alcune cose siano una buona idea nello stesso modo in cui alle due del mattino ti convince che tagliarti i capelli da solo abbia senso.
Parto.
Apro la ricetta.
La prima cosa che noto è che nessuno scrive mai:
“questa preparazione richiede una stabilità emotiva superiore alla media”.
La seconda cosa che noto è che ogni passaggio sembra innocuo preso singolarmente.
È il totale che ti distrugge.
Perché all’inizio pensi di stare cucinando.
Poi ti accorgi che stai leggendo.
Poi ti accorgi che stai interpretando.
Poi ti accorgi che stai prendendo decisioni.
E a quel punto non sei più una persona che prepara il pranzo.
Sei diventato responsabile di qualcosa.
Arriva il primo momento di crisi quando ti rendi conto che il formaggio non assomiglia ancora a niente che abbia avuto una madre.
Però vai avanti.
Perché ormai hai iniziato.
E c’è una cosa che nessuno dice abbastanza: le ricette difficili sfruttano una debolezza umana molto precisa.
Il fatto che più tempo investi in qualcosa, meno sei disposto a mollare.
Così continui.
Mescoli ancora.
Assaggi cose che normalmente non assaggeresti.
Annusi il contenuto di contenitori con una serietà che qualche anno fa avresti giudicato.
A un certo punto inizi a parlare da solo.
Questa fase non compare mai nei video.
Cominci con frasi tipo:
“secondo me ci siamo”.
Poi passi a:
“forse deve solo riposare”.
Poi entri direttamente in:
“secondo me è voluto”.
Nel frattempo il piano cucina è diventato una rappresentazione visiva delle tue scelte di vita.
Ci sono ciotole.
Ci sono utensili.
Ci sono cose appoggiate in equilibrio precario.
C’è quella sensazione che se qualcuno entrasse in casa in quel momento penserebbe che stai preparando qualcosa di illegale.
Poi succede.
Arriva il momento finale.
Tagli.
Guardi.
Assaggi.
Silenzio.
Ed è qui che arriva il colpo di scena.
Non era male.
Anzi.
Era sorprendentemente buono.
E questo peggiora tutto.
Perché se fosse venuto cattivo avrei chiuso il capitolo e sarei andato avanti.
Invece era abbastanza buono da farmi pensare:
“potrei rifarlo”.
Che è esattamente il pensiero che ti fa capire di aver perso il controllo.
Perché ormai non stai più valutando il gusto.
Stai ignorando selettivamente tutto quello che è successo prima.
Il tempo.
La cucina.
La fatica.
La confusione.
Le tre ore della tua vita che non torneranno.
Alla fine ho capito una cosa.
Fare il formaggio vegano da zero non è difficile.
È solo una di quelle cose che sembrano molto più brevi su internet.
E forse il motivo per cui così tante persone non cucinano davvero non è pigrizia.
Forse è che tra l’idea e il risultato esiste una quantità di vita reale che nessuno filma.
Una cosa però l’ho imparata… adesso rispetto molto di più il formaggio e molto meno i reel.